Rimanete in me e io in voi. Tagliamo?
Rimanete in me e io in voi. Tagliamo?

Rimanete in me e io in voi. Tagliamo?

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Gv 15, 1-8

Io sono questo, io sono quello… Gesù, ma non puoi essere semplicemente Gesù? Ogni volta che ci parli di te ci racconti di essere qualcun altro. Ti abbiamo visto nella veste di pastore, ora ti sentiamo addirittura nella veste di albero. Mi sembri un po’ macchinoso, eh, Gesù… Io, se qualcuno mi chiede di parlare di me, non dico “io sono un albero” ma tanto meno “io sono una piantina, un filo d’erba” niente. Dico come mi chiamo, quanti anni ho, magari che lavoro faccio o cosa studio, dico come sono di carattere, cosa mi piace fare, non so, i miei hobby… Mi spieghi perché fare tutta ‘sta messa in scena? Che poi, servisse almeno per essere più chiaro… Gesù, te lo devo dire, la chiarezza non è uno dei tuoi pregi. Non sei tanto immediato. Uno si deve applicare per capirti, deve leggere, rileggere. E allora leggo, perché lo sai che se mi sfidi io poi devo capire!

Tu sei la vera vite… che cosa strana. Se leggo “vite” mi viene in mente a quante volte nel vangelo si parla di vigne. E tutte le volte la vigna era la metafora del regno dei cieli e il vignaiolo era il Padre. Anche stavolta il Padre è il vignaiolo, sì, l’agricoltore. Ma tu? Tu fai un personaggio stranissimo! Tu sei una pianta?! Perché? Potevi fare qualunque personaggio, perché scegliere di fare la pianta? Ci penso, ci ripenso, ma mentre penso la mia mente viene distratta dal dalla pianta scelta: la vite. Strano quanto la parola “vite” sia simile alla parola “vita”. Mi verrebbe da dire “io sono la vita vera” invece che “io solo la vite vera”. Sembra quasi un errore si battitura. O magari no, perché in effetti tu sei tutte le vite messe insieme, tutte le vite, quelle di tutti noi, quelle che hai salvato sulla croce, risorgendo. Le hai prese tutte in te e ora sei diventato un insieme di vite per metterne insieme una vera.

Mentre la mia mente porta all’attenzione del mio cervello queste assonanze, queste particolarità, mi viene l’illuminazione! Ecco perché scegli di fare la pianta, Gesù! Perché le piante danno la vita ai propri frutti e ai propri fiori! È dalle piante che nasce tutto, o meglio dal seme. Il seme diventa pianta, la pianta mette radici e da un solo ceppo, una sola radice molti rami, molti fiori e molti frutti! Attraverso il suo tronco e i suoi rami passa la linfa, vitale appunto, che raggiunge fiori e frutti. I figli più deboli della pianta, quelli che hanno più bisogno del nutrimento. Ecco che torna prepotente il tuo esserti dato a noi nel pane e nel vino, nel cibo che ci trasforma in te. In fondo, noi siamo quello che mangiamo, no? Quindi se mangiamo di te, se ci facciamo nutrire dalla linfa vitale che passa attraverso di te e arriva a noi, diventiamo un po’ te. O almeno ci tentiamo, ecco…

E quale pianta migliore della vite per spiegare questo tuo dare la vita? La vite nella vigna del Padre, il quale si è scelto il suo solito personaggio: il vignaiolo, l’agricoltore. Tradizionalista, Lui… Quello che però mi lascia perplesso, Gesù, è ‘sto fatto che dici che il Padre taglia i rami. Perché? Il Padre non è misericordioso? Non aspetta fino all’ultimo che un ramo rifiorisca? Se lo taglia non gli dà possibilità di riprendersi. Poi non capisco come fa a non portare frutto se è unito a te: se passa la linfa, come fa a non portare frutto? Se non ne porta vuol dire che c’è qualcosa che non va, che si è spezzato, che ha bisogno di essere curato, che è stato attaccato da qualche parassita, perché tagliarlo? Perché non si infettino i rami sani? Però non è fare una scelta questa? Una selezione? Non sei venuto per i malati?

Mi viene in mente anche qui un’altra metafora agricola del vangelo: il seme che cade sull’asfalto. E capisco. Non è selezione, vero Gesù? È che oltre a dargli tu stesso da mangiare non puoi fare molto contro la chiusura di una persona, vero? Non puoi fare niente se ha deciso di porre tra te e lui del cemento. E non dici neanche quando il Padre lo taglierà. Probabilmente lo taglierà quando sarà già morto, già secco. Probabilmente lo avrà curato, riparato da malattie e parassiti, cercato in tutti i modi di preservare ma quando ha deciso di smettere di nutrirsi lui, il Padre, non ha potuto far nulla. E giunto alla fine della sua vita l’ha tagliato. Con dolore, io credo. Sì, Gesù. Perché in fondo anche quel ramo secco era un ramo della tua pianta e non puoi non soffrire ogni volta che l’agricoltore sceglie di tagliare un ramo, un tuo ramo. E quando, più avanti, dici “rimanete il me e io in voi” non è un comando ma una supplica, una preghiera, vero Gesù? Ci supplichi di rimanere con te perché non vuoi perderci. Perché ogni ramo che sceglie di non nutrirsi più, per te è una sofferenza, una sconfitta.

Ci supplichi raccontandoci quello che potrebbe succederci, parlandoci dei tagli. Due tipi di tagli: uno bello, uno fatto per noi, fatto per renderci migliori, come quando andiamo dal parrucchiere. E uno fatto perché noi non abbiamo voluto darti ascolto. Un taglio di speranza e di gioia e un taglio di dolore. Sembri dirci “Ascoltatemi, rimanete in me, senza di me non potete fare niente, non prendete queste mie parole come presunzione, non le prendete come imposizione. Non guardate tutto come un obbligo, guardatelo con amore. Io sono come voi quando dite al vostro bambino “non si tocca! non giocare col fuoco, non mettere in bocca, non prendere il coltello, non allontanarti, non lasciare la mano a tuo padre.” Ecco, così sono io con voi. Vi sto dicendo di non lasciarmi la mano, di non allontanarvi e ve lo sto spiegando, come il migliore dei padri.” E mi viene da sorridere pensando a mio padre e a tutte le volte che mi ha detto, da bambino, “non ti dico solo no, ti spiego”. E quanto questo abbia formato il mio carattere, la mia voglia di avere sempre una risposta, di capire, di andare a fondo alle cose, di cercare, non ne hai idea Gesù. Immaginati, allora, sentirmi dire e spiegare le cose da te quanto mi può aiutare, mi può formare.

E allora, Gesù, facciamo questo taglio. Facciamolo bello, facciamo in modo che poi il mio ramo sia forte e rigoglioso. E ti prego quando vedrai che mi sarò un po’ staccato, quando vedrai che la linfa sta fuoriuscendo, cerca di mandarmene di più, cerca di proteggermi, suggerisci all’agricoltore di legarmi ad un rametto, di curarmi, di mettermi degli antiparassitari. Perché io voglio restare con te e diventare uno dei fiori più belli. Anzi no, il più originale. Anzi no: voglio solo essere un fiore, così come sono.